Cara community, leggete queste parole e tenetela stretta al cuore anche voi, tenetela con la stessa comprensione e connessione descritta nel meraviglioso modello che ci ha donato. Tenetela vicino alla vostra speranza.

(Articolo originale: “A meditation on vulnerability, survival, and comfort when there is no escape.” Dr. Sue Jhonson.)


I momenti di cruda vulnerabilità arrivano per tutti – quei momenti in cui ti senti totalmente impotente. Come se la tua vita fosse finita. Una delle grandi lotte per tutti noi è rispondere alla domanda: “Come posso trovare una via attraverso questa oscurità?

La paura è ci programma alla fuga per difenderci, ma cosa succede se non c’è fuga?

Allora è un tormento.
Per me, questo momento è arrivato solo pochi giorni fa: scoprire, in un momento della vita in cui sono impegnata a spostarmi verso a una sorta di stile di vita più ricco e più “pensionato”, che ho un tumore aggressivo all’occhio e devo quindi farmi togliere questo occhio.
Sembra gestibile quando lo dico così e lo vedo stampato. Mi sento un adulto ragionevole. Ma non è così che ci si sente quando mi sveglio alle 5 del mattino, con le budella in subbuglio.

Poi, affogo in un mare di angoscia.
Il mio occhio rimanente non è così forte – sarò praticamente cieca – e il tumore si è diffuso altrove.
Allora divento una bambina di circa 4 anni, raggomitolata in posizione fetale. Il mio cervello adulto dice: “Oh, questo deve essere quello che si chiama la ‘notte oscura dell’anima’. Questa è “sofferenza’”.
Mi arrabatto per ottenere una prospettiva, per trovare un posto dove stare, ma non riesco a trovare un terreno solido.

Cosa facciamo allora, in questi momenti, noi esseri umani?
Preghiamo – anche quelli di noi che non credono in Dio o almeno in un Dio che ascolta.
Ricordo di aver letto dell’attaccamento e della religione. (Sembra che io stia sempre leggendo o scrivendo sull’attaccamento. È la mia passione del resto, è il lavoro della mia vita portarlo nel campo della psicoterapia e al mio pubblico).

Ci sono solo alcuni modi per calmare il nostro sistema nervoso:
La preghiera: è ritualistica, incantatoria, ripetizione estesa, come negli inni o nella musica reggae. Il rituale ci dà un senso di ordine e di controllo. Ci dà qualcosa da fare, una scelta. La ripetizione è calmante. Offre al cervello prevedibilità. Proprio come le filastrocche mentre qualcuno ci culla, e sentiamo gli stessi suoni ancora e ancora. Anche nuovi significati sembrano a questo punto spuntare dalla concentrazione intensa della preghiera e dell’incantesimo.

Solo a volte, quando recito il mio incantesimo personale a un potere più grande, sento una voce.
Ieri “ESSA” (lo Spirito Santo, la Dea, o chiunque altro) ha detto: “La luce arriverà anche nel tuo occhio buono!”. Strano, ma confortante.

Il Journal of Behavioral Medicine nel 2005 ha riportato uno studio in cui concentrarsi sul respiro nella mediazione era meno calmante che concentrarsi sulla parola “Amore”, che è stata definita come una mediazione più spirituale. Questo è interessante.

Il movimento può calmarci – cantare e muoversi a ritmo sembra cullare la nostra amigdala e offrire la promessa di un radicamento emotivo. Da bambina facevo su e giù sull’altalena nel mio giardino e cantavo canzoni semplici ancora e ancora. In questi giorni, la mia cyclette a volte mi porta fuori dal mio binario buio, e mi ritrovo improvvisamente a cantare le canzoni degli ABBA a squarciagola.
Le storie possono tranquillizzarci, specialmente quelle che riflettono i nostri dilemmi e li mostrano come universali e capaci di essere affrontati con grazia o umorismo o qualche tipo di aplomb. Un amico mi ha detto che Johnny Depp ha solo un occhio buono! Ora, perché questo dovrebbe confortarmi? Ma l’ha fatto. Se può farlo lui, allora…
Ah, questa è una chiave!

La sensazione di poter affrontare questo demone, questa oscurità. Questa sensazione di competenza aiuta. Ma per la maggior parte della mattina mi sono sentita tutt’altro che competente. Ho perso gli occhiali, ho chiamato due volte per lo stesso appuntamento e ho dimenticato l’email del mio migliore amico. Un cervello strapazzato.
Per me, come teorica e ricercatrice dell’attaccamento, tutti questi fili si legano e riflettono il codice di sopravvivenza biologica più basilare di tutti: essere CON un altro che è presente e amorevole.
Essere cullati tra le braccia di una persona amata, sentire una mano amorevole sul viso, sentire una voce dolce che ti dice che sei prezioso e non sei solo…

Questo è ciò che il nostro sistema nervoso desidera.
Questo ci porta oltre la paura e la perdita. Forse è questo che i poeti intendono quando dicono: “L’amore non è tutto… È l’UNICA cosa”.

Ma molti di noi sono in isolamento e non possono accedere a questa risorsa perfetta, biologicamente preparata. Un dilemma crudele e folle.

Presto sarò in ospedale e i miei cari potrebbero non essere in grado di entrare e abbracciarmi. Così, come una preghiera, una meditazione, una danza con la mia mente, devo afferrare e raffinare l’immagine, scrivere la storia di quell’esperienza di presa di cura nei miei neuroni, e poi tirarla fuori quando ne ho bisogno.

Vi invito a ricordare un momento in cui qualcuno vi ha confortato, vi ha tenuto e vi ha fatto sentire preziosi. Entrate in questa scena e fatevela sentire. Ricordate la mano sul viso, esattamente dove’era stata messa e come ha riscaldato la vostra pelle. Respirate mentre lo vedete e lo sentite. Ascoltate le parole che vengono dette al piccolo e fragile te stesso e lasciate che si espandano e risuonino nel vostro cuore. Restate lì il più a lungo possibile. Questa è casa. L’appartenenza ci rende forti.

È un cliché, ma c’è davvero un solo modo per affrontare veramente i demoni della vita:
Insieme. Insieme, tenendoci stretti l’un l’altro.

Nota dell’editore: La dottoressa Sue ha scritto questo pezzo poco prima di essere operata all’inizio di questo mese.