Articolo scritto da Giulia Altera per la newsletter ICEEFT n*61 – Aprile 2024

Lorenzo Mattotti – foto scattata al Santa Giulia Museum Foundation exhibition

Questa cartolina proviene da una strada chiamata “la strada senza speranza”, un luogo che, in teoria, non dovrebbe nemmeno esistere. Una terra che, secondo i geografi sentimentali, è solo un mito, come le civiltà perdute, figlio e nemesi di un altro mito: la speranza stessa.

Secondo questi geografi, la speranza è solo un altro nome che diamo alla testardaggine, al disperato tentativo di andare avanti e di far funzionare le cose.

Dicono che la speranza è una “leggenda”.

Dicono che la speranza è un’ utopia e, in quanto tale, non è reale.

In sostanza, dicono che la speranza non esiste.

Se la speranza non esiste, allora non può esistere nemmeno la sua nemesi: la “strada senza speranza”. Si tratta al massimo di due facce della stessa medaglia, che potrebbe anche essere chiamata “La strada della speranza perduta”.

Ma aspetta, eccomi, io mi trovo proprio in questo posto!

Ma facciamo qualche passo indietro.

Quando mi trovo in uno di questi momenti, intorno a me c’è una grande foresta. È tanto magnifica quanto misteriosa. Cammino, anche se i miei primi passi sono incerti – come sempre – non ho paura, perché ho scelto di entrarci. Intorno a me, davanti e dietro, sopra e sotto, c’è la vasta e meravigliosa foresta dell’animo umano.

I rami degli alberi si intrecciano, i tronchi si piegano e si toccano, le fronti puntano al cielo, cercando la luce e il sole. Il profumo è intenso. A terra, muschio e funghi, edera che si arrampica sulle cortecce, rovi e bacche. La musica del bosco è fatta di vento e di foglie che scricchiolano, di suoni e di respiri. Di silenzi improvvisi, di grida, di voci spezzate e appena sussurrate. Le creature intorno a me parlano, a volte gridando, a volte esitando, trattenendosi. Alcune mi cercano e si avvicinano. Altre fuggono.

Questa è la foresta dell’animo umano, è meravigliosa e misteriosa, piena di emozioni che cantano la melodia della vita e danzano la danza dell’attaccamento.

Mentre continuo a camminare, noto che alla mia sinistra c’è un sentiero che si apre su una strada con un cartello che dice “No Hope Road”. Quindi sì, eccomi qui!

In questo momento mi chiedo come sia possibile camminare in un luogo che, secondo i geografi sentimentali, non esiste.

Mentre mi soffermo a riflettere, mi accorgo di provare molte emozioni guardando questa strada e camminando lentamente verso di essa. So che le emozioni non sono condizioni, né stati, né status, ma sono in fondo ciò che ci fa “muovere”. Allora, perché desidero fuggire, ma mi sento così bloccata nella mia testa, cercando di trovare la mia bussola?

Gli Stati sono statici per definizione, pieni di preoccupazioni relative all’orientamento e di blocchi. Al contrario, i movimenti non lo sono. Nemmeno quelli dell’anima. Chiamandoli “Stati”, i geografi sentimentali ne tracciano i confini, innalzano palizzate e costruiscono muri che diventano prigioni.

La strada della speranza perduta è solo un moto del cuore umano. Un moto represso, negato, ostacolato. Sì, la speranza è un moto del cuore umano.

Ancora una volta, le emozioni non sono condizioni, non sono status, ma sono “moti”.

Pensatori e filosofi di tutti i tempi hanno percorso la strada della speranza e della sua assenza.

Per Aristotele, la speranza è un atto della volontà che nasce da un’abitudine virtuosa che in potenza tende al raggiungimento di un bene futuro, difficile ma non impossibile da raggiungere.

Per Seneca e gli stoici, l’uomo deve conformarsi all’ordine razionale (ομολογία) annullando le passioni (apatheia) se vuole raggiungere la saggezza, garanzia di una vita serena. E tra le passioni da accantonare, la speranza è al primo posto, poiché “il saggio è colui che sa vivere senza speranza e senza paura”.

Per Cartesio, “gli affetti della speranza e del timore non possono essere buoni in sé”.

Per Spinoza, “la speranza non è altro che una gioia incostante nata dall’immagine di una cosa futura o passata di cui dubitiamo l’esito”.

Per gli esistenzialisti, l’appello alla speranza è un punto centrale. Ad esempio, Karl Jaspers afferma, nel solco già tracciato da Søren Kierkegaard, che “ci è data l’angoscia. Ma l’angoscia è il fondamento della speranza”.

Se “l’angoscia è il fondamento della speranza”, allora diamo un rapido sguardo a questa strada molto reale. È fatta di solitudine, di sogni infranti, di specchi rotti che creano labirinti in cui ci si perde, dove i mostri ci danno la caccia, dove l’impotenza ci schiaccia. Dove ci si gira, ci si contorce, e più si cerca di fuggire, più si finisce per tornare al punto di partenza. E non si riesce nemmeno più a ritrovare la strada principale, cercando almeno di continuare a camminare.

Ma mi chiedo: chi vive qui? Tante persone: alcune si sono trasferite qui di recente, altre sono nate qui, altre ancora sono state portate con la forza, altre hanno scelto di vivere qui a un certo punto perché, almeno, era un posto dove stare quando l’alternativa era non stare da nessuna parte.

Cammino lentamente, in punta di piedi, e sbircio attraverso alcune finestre: alcune hanno le tende tirate, altre le imposte sbarrate.

Al numero 3 vive una coppia di persone che gridano spesso. Urlano, discutono, sbattono le porte.

Al numero 7 vive una persona sola, di quelle che parlano da sole. Non c’è nessuno accanto a questa persona, nessuno con cui dialogare, nessuno a cui chiedere aiuto. Nessuno su cui contare. A volte, questa persona urla al cielo e alle persone, chiedendo di essere salvata, implorando un minuto di possibilità, pronta a pagare qualsiasi pusher di speranza e qualsiasi spacciatore di sollievo.

Al n. 11 vivono due persone che hanno smesso di parlarsi. Uno di loro non parla per paura. L’altro per rabbia.

Al n. 17, c’è tanta difficoltà per una persona schiacciata dal senso di colpa, dall’inadeguatezza e dal confronto con gli altri. Questa persona pensa: “Non ce la farò mai, non riuscirò mai a vivere una vita normale. Gli altri troveranno sempre la soddisfazione e io no”.

L’intero quartiere è popolato da paura, solitudine e vergogna. La solitudine aleggia nell’aria e lo fa sempre, anche tra le persone.

Lo stigma porta alla vergogna

Lorenzo Mattotti – foto scattata al Santa Giulia Museum Foundation exhibition

C’è un forte stigma sociale nei confronti di chi vive in questa strada. Poiché nessuno dovrebbe vivere qui e nessuno dovrebbe parlare di questo posto, i residenti provano vergogna. Vivere qui è imbarazzante, per questo gli abitanti non amano parlare di questo quartiere. Non danno a nessuno il loro indirizzo.

A volte anche noi terapeuti ci sentiamo smarriti attraversando questi luoghi.

Ci sono così tanti volti, così tanti occhi che assomigliano a occhi del passato – occhi e sguardi che temono di vedere nel loro futuro. Occhi che assomigliano ai loro stessi occhi in tanti momenti. A volte è così facile connettersi a questi sentimenti. – A volte li abbiamo sperimentati nella nostra vita, a volte li stiamo sperimentando al punto da chiederci quale speranza abbiamo di essere bravi terapeuti. E a volte lasciamo che tutte queste voci ci convincano che forse non c’è più speranza, che forse facciamo errori così frequenti che stiamo uccidendo noi ogni loro speranza.

Vorrebbero smettere di avere paura e vergogna. Vorrebbero sentirsi liberi di entrarvi, anche di diventarne residenti per un po’. Hanno bisogno di sapere che quello che provano è il sentimento giusto: è accettabile e va bene. Sempre.

Come mi sento, come terapeuta, a vagare in questo quartiere così reale ?

Mi sento perso e disorientato, tanto che comincio a provare una certa ansia. I miei battiti cardiaci si accelerano. Il mio respiro diventa corto. La foresta sembra volermi inghiottire. Poi mi fermo. Respiro di nuovo, ma più lentamente. Alzo gli occhi e le antenne.

Mi chiedo:

Cosa sto cercando? Cosa stanno cercando loro?

Di che cosa ho bisogno per trovare la mia strada? Per aiutarli a trovare la loro strada?

Come troverò l’energia per tornarci di nuovo, volontariamente, ora dopo ora dopo ora?

Come troverò l’energia per aiutare chi vive lì e vorrebbe trasferirsi, quando persino io a volte affitto una stanza nell’albergo centrale e penso di firmare un contratto senza data di scadenza?

Improvvisamente, mi rendo conto che forse ho bisogno di una bussola. Forse, la stessa “bussola” che mi ha aiutato nella vasta e meravigliosa foresta dell’anima umana.

Ricordo i miei primi viaggi. I miei passi iniziali. Se mi guardo indietro, ricordo che quasi mi aspettavo di scorgere Cappuccetto Rosso con il suo cesto, o Hansel e Gretel con le loro manine. Ho camminato. Ho studiato, ho esplorato. Ho guardato i cartelli, annusato l’ambiente, ascoltato diverse armonie, cercato di sintonizzarmi con la foresta per capire dove andare.

Ma, soprattutto, ho cercato la mia strada. In quel momento ho sentito che avevo bisogno di una “bussola”. Ho capito subito che la bussola non era un artefatto, ma qualcosa che esiste da quando esiste la vita sul nostro pianeta. La “bussola” di cui avevo bisogno era – ed è tuttora – l’attaccamento, l’amore: l’essenza stessa della vita, il principio che la regola e la salvaguarda. La droga più potente dell’universo. Il sole di ogni foresta. La danza che nutre ogni fibra del nostro essere, il nutrimento fisiologico di ogni nostra cellula.

Questa magnifica bussola è una specie di magia. Eppure non è “la soluzione”, che può assumere forme diverse e prendere strade diverse.

È solo una strada. La mia via, la nostra via, la via dell’emozione, ed è una via fatta di esserci, di starci, di rimanere aperti e sempre pronti ad accogliere.

Anche se perdiamo la bussola per un po’.

Bibliografia: Sull’immagine della “strada senza speranza”.

“Stati d’animo” – Beniamino Sidoti – 2a edizione ottobre 2018

Ho trovato l’ispirazione di scrivere questa storia leggendo un libro: “Stati d’animo”, scritto da Beniamino Sidoti, uno straordinario fabulista che ha sempre lavorato al confine tra gioco e narrazione. In questo libro, un po’ Gordon Pym e un po’ Gulliver, ci accompagna in un viaggio coinvolgente, fantastico e immaginifico.

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