#THERAPYLAND 

Nel 1957 Jorge Luis Borges con l’auto di Margarita Guerrero, pubblica la prima versione di Manuale di zoologia fantastica (Manual de zoología fantástica) regalando al mondo un’intero universo di creature mitologiche e leggendarie.

Quasi un secolo dopo, verso sera, io sono nel mio studio, uno dei posti che uso per incontrare le persone che hanno scelto di chiedere il mio supporto per migliorare la loro vita di coppia, la loro esistenza e il rapporto con le loro emozioni (alcune delle quali così strane, così forti, così difficili da sentire), le relazioni, le connessioni. A volte anche soltanto per chiedere supporto rispetto a una solitudine profonda, di quelle difficili da tollerare.

Penso alle creature immaginarie di Borges e a quelle reali che vengono da me e dai miei colleghi, i favolosi membri della community di EFT ITALIA, per essere accolte, capite, confortate, e aiutate. E guardo a tutti loro, e a tutti noi, con la stessa meraviglia con cui, tanti fa mi ero trovata a scoprire le fantastiche creature di Borges, così oggi guardo alle nostre di creature e non posso che trovarle altrettanto fantastiche. Parlo dei nostri clienti, cioè le persone che molti approcci terapeutici chiamano “pazienti”, e che tante volte siamo anche noi, sì proprio noi i terapeuti, che come esseri umani tali e quali a tutti gli altri spesso percorriamo le stesse strade, gli stessi dolori, la stessa solitudine. 

A questo punto, urge un inciso.

Chi si rivolge a un terapeuta è un paziente o un cliente?

L’approccio EFT ci insegna a chiamare queste persone “clienti” e non “pazienti”, perché la parola paziente si associa al rapporto col medico, e quindi al senso di inferiorità o quantomeno di disparità,  del primo davanti al secondo in una sorta di rapporto gerarchico invece che umano.

Il camice, la distanza, gli anni di studio, e il lessico sono tutti fattori che allontano due persone che invece hanno bisogno di essere molto vicine.

Non solo: nell’immaginario collettivo, il paziente è malato, e le malattie che il nostro mondo accetta sono ancora e quasi solo quelle visibili, che toccano cioè il corpo. Non la mente, non le emozioni, non la solitudine…

Tutti gli altri disagi invisibili (per quanto spesso siano visibilissimi, oltre che altrettanto invalidanti di un’aritmia o di un organo leso!) restano troppo spesso fonte di disapprovazione sociale e quindi di imbarazzo. Anzi peggio, tutto questo, ancora troppo spesso, nel momento in cui c’è necessità di appoggio e aiuto, è considerata pazzia.

Possiamo avere mal di pancia.

Possiamo digerire a fatica.

Possiamo perdere diottrie e decibel.

Ci è concesso.

Quello che invece pare non essere concesso è ciò che riguarda le nostre emozioni, soprattutto quando non avremmo motivo per essere infelici…

Essere chiamato paziente diventa quindi, in questi casi, doppiamente difficile.

In un solo verbo: allontana.

D’altro canto, c’è anche da dire che, almeno in Italia, il termine “cliente” non ha sempre e solo connotazioni positive. Per gli Stati Uniti d’America il discorso cambia: nella Terra delle opportunità, il venditore ha molta più stima di quanta non ne trovi da noi.

Quindi, ecco una raccomandazione valida per tutti noi: la nostra missione ruota intorno alle connessioni. Cioè alla vicinanza, a quella vicinanza fatta di accoglienza, accettazione, e apertura. 

La raccomandazione?

Eccola.

Ogni volta che usiamo la parola “cliente”, accertiamoci di farci capire e creare accoglienza, non giudizio, accettazione e supporto da – a essere umano.

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Torniamo alle creature fantastiche, adesso.

Mentre il sole è già calato e comincia a far freddo, penso alle fenomenologie umane con cui in questi anni di terapia EFT sono entrata in contatto, anzi, in connessione. Le richiamo alla mente e le sento.

Davanti a me, vedo e sento le persone che si sono presentate con una diagnosi dei loro problemi di coppia quasi prima di dirmi il loro nome.

“Sappiamo già cosa c’è che non va: l’abbiamo letto su internet!”

E spesso con un “colpevole”:

“Lei è una maniaca del controllo!”

“Lui è un narcisista patologico!”

Coppie in silenzio, contratte e chiuse.

Coppie arrabbiate e ululanti, e coppie compostissime. 

Quelle in fuga da altre terapie o terapeuti, spesso deluse, a volte arrabbiate.

“Guardi, non me ne faccia parlare… con tutti i soldi che ho speso…”

“L’unica cosa che ha saputo dirci è che dovevamo lasciarci…. che anche se ci amiamo era una relazione tossica”.

Quelle che mi hanno detto di non credere alla psicoterapia. 

“Non si offenda, ma io non ci credo…”

O di non fidarsi.

“Niente di personale, ma non è che mi fidi molto… ”

Quelle che hanno dichiarato di averle già provate tutte.

Quelle senza speranza.

“Siamo qui ma tanto è inutile”…

Quelle furiose, che sembrano cercare nella terapia solo una valvola di sfogo, una specie di spazio in cui sia concesso alzare i toni.

Quelle che si sentivano obbligate a iniziare una terapia di coppia ma “sapevano” che non avrebbe funzionato.

“Ci tocca…”

Ce lo hanno consigliato gli amici…”

Quelle che a causa dei tanti pregiudizi arrivano quando quasi è troppo tardi…

“Questa per noi è davvero l’ultima spiaggia…”

Gli ottimisti, i pessimisti, i catastrofisti.

Gli indecisi, gli insicuri, i titubanti e i diffidenti.

Vedo e sento persone che – sulle prime – non riuscivano a essere aperte, a dire le cose come stavano, e per quello che erano, perchè intrappolati nella sfiducia, nella solitudine, o nell’assenza di speranza che qualcosa potesse ancora cambiare.

Ogni volta, davanti a ogni singola espressione delle emozioni umane e delle loro manifestazioni, io non posso che aprirmi.

Ascolto, osservo, accolgo.

Non giudico.

Non metto in discussione.

Prendo atto e apro le braccia, il cuore, e tutti i miei organi di senso, visibili e non, per entrare in connessione con loro.

Per capire cosa sentono, come si sentono, cosa si (e mi) raccontano di sentire.

E solo allora, mi chiedo perché qualcuno si sia seduto davanti a me con una diagnosi trovata online, o perché mi dica subito di non credere alla terapia…

In altre parole, faccio quello che ci insegna Sue Johnson, l’autrice, la psicologa clinica, la ricercatrice, la docente e speaker internazionale che è riuscita a trasformare radicalmente la psicoterapia portando le emozioni al centro della terapia di coppia.

In pratica, noi stessi dobbiamo fare affidamento sulla saggezza delle emozioni, proprio come abbiamo imparato a fare nel workshop “La saggezza delle emozioni”.

Per aiutare i nostri clienti, dobbiamo dare forma all’amore.

E per “dare forma all’amore dobbiamo essere aperti e responsivi”.

Fidarci delle emozioni, fidarci dei nostri clienti, delle loro realtà e vissuti e credere profondamente che creando uno spazio di sicurezza e ascolto accogliente le persone ci sorprendano sempre e crescano arrivando, insieme a noi, proprio dove vogliono arrivare, e ad essere, come dice Sue Johsnon:

La migliore edizione possibile di Sè Stessi.

E voi cari colleghi, come fate?

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