Era una bella giornata, era una barca solida, ed era l’inizio di una vacanza.

Circa due mesi fa, dopo settimane in giro per il mondo, ero finalmente riuscita a prendermi qualche giorno di riposo ed ero in partenza per una magnifica isola dell’oceano atlantico.

Era una bella giornata, una di quelle mattine tiepide sin dalle prime luci dell’alba, con poche nuvole, molto veloci.

Era una barca solida, dicevo, un catamarano da 40 posti, con un capitano esperto.

Come me, i passeggeri erano in viaggio per raggiungere l’isola e godersi la loro vacanza. 

Poco dopo essere saliti a bordo, il capitano ci accolse dandoci un benvenuto che trovai molto caloroso e al tempo stesso curioso ed interessante

Ci parlò della barca, mostrandoci quanto fosse solida e disegnata per proteggerci. Fece qualche battuta sui giubbotti di salvataggio, ci raccontò della sua “ciurma”, addestrata a gestire e superare onde alte come palazzi. Ci disse anche di presentarci con il nostro vicino di posto, di stringerci la mano, e di sorriderci.

Non sarebbe stata una navigazione lunga, eppure quel signore gentile ritenne che fosse importante che i passeggeri si conoscessero.

Quando la barca lasciò il porto, il cielo era ancora azzurro.

Una volta lontani dalla costa, però, il vento iniziò a portare sopra di noi una coltre di nembi via via più scuri. 

Il cielo si fece più scuro, non completamente perchè il vento era forte.

In una manciata di minuti, cambiò tutto. Il cielo non era più un problema a quel punto.

Sotto e intorno, l’oceano, fino a poco prima maestoso ma sereno, stava per rivelarsi in tutta la sua potenza. Le onde crebbero, il catamarano saltava, e all’inizio sembravano quei salti da motoscafo, con un po’ di vuoto, e tutti ridevano. Poi abbiamo smesso tutti di ridere. Le onde erano davvero grandi, in catamarano rallentava e appena ripartiva ballava da tutte le parti. La ciurma sparita da sottocoperta e correva da tutte le parti facendo cose a me incomprensibili.

La barca si fermò. I motori si spensero.

Restammo un po’ in balia del mare. Poi ci riprovarano. Poi nuovamente onde enorme e di nuovo fermi. Qualcuno vomitava. Una coppia vicino a me iniziò a litigare.

Tra i passeggeri scorrevano occhiate di sgomento. Di sorpresa, anche: com’era possibile? Perché? Fino a un attimo prima, andava tutto bene e ognuno di noi pensava solo a cosa fare una volta sbarcati. 

Chiacchieravamo delle attrazioni. 

Parlavamo di questa e quella spiaggia. 

Di cosa vedere, di cosa assaggiare…

Ed ecco che all’improvviso eravamo in pericolo.

Con l’oceano non si scherza!

In pochissimi minuti, smettemmo tutti di pensare al dopo.

Non c’era più nessun programma, solo la paura.

Dopo mezz’ora di tentativi il capitano riappare, di nuovo a motori spenti. “Non possiamo proseguire” disse. “L’oceano è troppo arrabbiato e se usciamo ancora non riusciremo più a proseguire”

Solo l’improvvisa e terribile consapevolezza di essere dei moscerini al cospetto di una natura selvaggia e aspra e forte. Non la selva oscura di Dante, ma la nerissima minaccia dell’oceano atlantico in tempesta.

“Dobbiamo tornare indietro” aggiunse il capitano. 

“Appena potremo, coglieremo l’occasione per invertire la rotta e rientrare in porto”.

Mentre il capitano e il suo staff lavoravano febbrili dal ponte di comando, noi passeggeri ci stringemmo gli uni agli altri.

Ci eravamo presentati. Avevamo imparato i nostri nomi, e ci eravamo stretti le mani. Nel tragitto dal porto al mare aperto, avevamo iniziato a conoscerci. 

Quando ci trovammo sbalzati fuori dalle nostre rispettive certezze, e zone di comfort, ecco che conoscerci ci stava aiutando a controllare il terrore.

Terrore, sì. 

Non preoccupazione, non timore: ma la paura fortissima quanto improvvisa che ci coglie quando siamo sovrastati da eventi imprevisti.

La forza della natura.

La potenzialità distruttrice dell’oceano.

La violenza di una tempesta.

Una navigazione che parte serena, cielo azzurro e piani per il dopo e di colpo diventa tumultuosa.

Si fa burrasca e pare pronta a cancellare te e tutti i tuoi piani.

Qualche minuto più tardi, sentimmo i motori riaccendersi. 

La barca iniziò a muoversi. 

Saliva puntando la poppa al cielo nero, lenta. Si fermava quasi in stallo, un secondo, due, forse tre, e poi giù in picchiata, tra i flutti. 

Noi eravamo sotto coperta, sempre vicini. E anche se non potevamo vedere cosa accadesse fuori, sentivamo le salite, gli stalli, e le discese.

Furono momenti molto forti.

Ognuno di noi, in modi diversi, stava ora pensando ai suoi cari, a ciò che aveva da raggiungere, e certamente anche alla precarietà dell’esistenza.

Quando finalmente gli scossoni smisero di scuoterci, qualcuno di noi guardò fuori dagli oblò, e allora capimmo di essere ritornati sulla costa, e dopo poco, rientrammo in porto.

Pioveva a dirotto, ma eravamo sani e salvi.

Prima di scendere, in molti ringraziarono il capitano.

Non solo per averci “salvati”, ma anche per quel suo benvenuto tanto caloroso quanto curioso.

Il suo invito a conoscerci prima di iniziare la navigazione, ci aveva aiutato nel momento del bisogno.

Quello che vi ho appena raccontato non è solo una storia: è accaduto davvero.

Proprio a me, mentre mi trovavo in Brasile, diretta verso qualche giorno di riposo.

Ho deciso di condividere ciò che ho vissuto perché da allora mi è capitato spesso di pensare al parallelo tra la tempesta e la nostra esperienza come terapeuti EFT.

Anche quando le condizioni di partenza sono stabili…

Anche quando ci sentiamo preparati per navigare le sedute…

Può sempre capitare un imprevisto.

Può arrivare una nuvola (o un’intera squadra di nuvole!) che cambia tutto.

Allora dobbiamo fermare la barca. Dobbiamo restare fermi, cambiare rotta, tornare in porto e riprogrammare i nostri viaggi.

Il punto cardine di questa metafora è che gli imprevisti accadono.

Non tutto si può prevedere…

Ma c’è qualcosa che può venirci in soccorso, e porgerci una spalla sicura: La community.

Proprio come mi è capitato di vivere, grazie al capitano della nave e al suo invito iniziale a presentarci tra di noi, ho di nuovo sperimentato quanto la vicinanza aiuti, soprattutto nei momenti di difficoltà.

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