«Arrivai alla conclusione che la sola malattia che non avevo era il ginocchio della lavandaia».

Jerome K. Jerome

Nella primavera del 1889, Jerome K. Jerome sospettava di soffrire di febbre da fieno. Non avendo nessuna intenzione di mettersi in fila nella sala d’attesa del suo medico curante, fece un salto nella biblioteca del British Museum, per appurare da sé i propri sintomi con un’enciclopedia medica.
Ottenuto il libro, si mise a leggere tutto quel che doveva leggere, e poi, un po’ per curiosità e un po’ probabilmente perché non aveva altri impegni, iniziò a sfogliare le pagine…

“Non ricordo più il primo morbo nel quale m’immersi — so che era un pauroso flagello devastatore — e prima che avessi dato un’occhiata a una metà della lista dei «sintomi premonitori», ero già bell’e convinto di esserne affetto.
Rimasi per un po’ agghiacciato d’orrore; e poi, nell’incuranza della disperazione, mi misi a voltare le altre pagine. Arrivai al tifo — ne lessi i sintomi — mi resi conto d’averlo (dovevo averlo da mesi senza saperlo) — mi domandai che altro avessi; incontrai il ballo di San Vito — trovai, come m’aspettavo, d’avere anche quello, — cominciai a interessarmi al mio caso, e risoluto d’andare fino in fondo, cominciai per ordine alfabetico — lessi della malaria e appresi che ne ero affetto e che la fase acuta sarebbe cominciata fra una quindicina circa. Mi consolai trovando che l’albuminuria l’avevo soltanto in forma attenuata, e che quindi, per quel che mi riguardava, sarei potuto vivere ancora anni e anni. Avevo il colera con gravi complicazioni; e sembra che con la difterite ci fossi nato. Percorsi faticosamente e coscienziosamente tutte quante le lettere dell’alfabeto, e potei concludere che l’unica malattia che non avessi era il ginocchio della lavandaia”.

Jerome K. Jerome

Quello che avete appena letto viene dall’incipit di “Tre uomini in barca”, un esilarante romanzo di Jerome K. Jerome che risale al 1889.

Nelle primissime pagine, l’autore nonché protagonista racconta appunto di aver sfogliato un’enciclopedia medica e di essersi quindi convinto di avere tutte le malattie elencate. Tranne “il ginocchio della lavandaia“.

Quello che sperimenta Jerome nella Londra del 1889 sulle pagine di un’enciclopedia medica nella biblioteca del British Museum, succede ancora ogni giorno. Capita a Torino, a Sanremo, nelle uggiose cittadine della laguna Veneta. Succede a Tooting1, Toronto, Termoli, Tokyo.

A un certo punto, Jerome da Tooting, Jane da Toronto, Peppina da Termoli e Huan di Tokyo decidono di fare una ricerca su un particolare sintomo. A loro non serve una biblioteca: basta uno smartphone. Dovunque siano, è sufficiente che chiedano al motore di ricerca perché la rete riempia i loro schermi di link che rimandano a gigabyte di informazioni.

Ed ecco che cominciano a leggere…
Jerome da Tooting teme di soffrire di depressione.
Jane da Toronto vive in una condizione di stress cronico che la porta a sentirsi parecchio ansiosa.
Peppina da Termoli ha sentito dire dalla sua parrucchiera che ciò che le capita quando sente il cuore che batte all’impazzata, potrebbe essere un attacco di panico.
Huan fa sempre più fatica a uscire di casa e a relazionarsi con le persone, per cui sospetta una forma di fobia sociale.

Nessuno di loro ha una laurea in psicologia né in psichiatria. Nessuno di loro ha ancora chiesto aiuto a un professionista. Nel caso di Peppina, nemmeno al medico di base. Le poche informazioni sulle emozioni e sulla mente sono un cocktail di sentito dire e stralci di articoli, difficilmente di natura scientifica.

Proprio per questo, leggendo l’elenco di sintomi e sensazioni su una pagina qualsiasi, tutti e quattro rischiano di avere una percezione distorta, proprio come il protagonista di “Tre uomini in barca”.

«Ogni volta la diagnosi sembra corrispondere con straordinaria esattezza a tutte le sensazioni da me provate».

“Allora sono depresso, non un musone”, pensa Jerome leggendo un estratto sul blog di una testata giornalistica, mentre Jane conferma il suo timore di soffrire di ansia, Huan si autodiagnostica una fobia sociale, e Peppina si convince di aver vissuto diversi attacchi di panico.
Ecco la prima trappola dell’autodiagnosi: il bias cognitivo!

Nonostante i progressi della scienza e della medicina, e nonostante l’accelerazione tecnologica del nostro mondo, la mente, le nostre emozioni e lo stesso cervello sono estremamente complesse.
Lo sono anche per i professionisti che passano la vita a studiare e fare ricerca.

Figuriamoci per chi apre un link e legge venti o trenta righe senza avere la minima cognizione di cosa stia leggendo. E nemmeno di chi sia l’autore, o le fonti, e la relativa validità scientifica.
Per non parlare del rischio che l’articolo in questione non sia nemmeno stato scritto da un essere umano…
E se ciò che porta a convincersi di un particolare disagio della sfera emotiva e psichica fosse stato elaborato da una macchina? Se le informazioni fossero non solo superficiali, ma addirittura sbagliate?

Ecco una buona ragione per evitare l’autodiagnosi e chiedere invece aiuto a qualcuno che davvero sappia come darci una mano!

Ma anche se le informazioni fossero corrette, super puntuali, resterebbe la questione di come analizzarle, come contestualizzarle e di come mettere i dati in relazione tra loro.

E se l’autodiagnosi innescasse processi tutto fuorché positivi?
Se l’autodiagnosi non fosse affatto d’aiuto?
Se portasse a esiti controproducenti?
Se convincendosi di un certo disagio, e procedendo in autonomia con l’autodiagnosi di attacchi di panico, la nostra Peppina evitasse di chiedere aiuto a un medico, magari soffre (ma speriamo di no!) di tachicardia?

…Spoiler: lo fa!

L’autodiagnosi è pericolosa. Pericolosissima.

Lo è in ogni caso, ma soprattutto quando riguarda tutto ciò che non vediamo, cioè tocca la nostra sfera emotiva e psichica.

Il problema è che, a meno di essere un chirurgo, oppure Rambo nella giungla, a nessuno di noi verrebbe mai in mente di auto-suturarci una ferita, oppure di estrarci da soli un dente. La ferita si vede, e il dente duole (come si suol dire, “batte”!).

Le emozioni che proviamo, invece, sono invisibili…

Non solo. Le nostre emozioni, per quanto le scienze si impegnino a catalogarle, classificarle ed etichettarle, sono solo nostre.

Le emozioni sono solo nostre!


Cioè sempre personali. Molto, molto specifiche. Nessuna di esse è sbagliata. Come ci ricorda Sue Johnson, non esistono emozioni “disadattive”(ne abbiamo accennato qui, parlando delle differenza tra l’EMOTIONALLY FOCUSED THERAPY, di Sue Johnson, e l’EMOTION FOCUSED THERAPY, di Leslie Greenberg).

Ogni emozione merita di essere accolta.

Ma come abbracciare qualcosa che sentiamo come alieno e che non ci piace affatto, di solito vogliamo proprio liberarci da loro?

Un’altra buona ragione per evitare l’autodiagnosi riguarda il fatto che le nostre sensazioni e le occorrenze emozionali sono spesso sovrapponibili.
…A maggior ragione quando ci mancano la terminologia e le conoscenze per distinguerle, accoglierle, e abbracciarle.

Infine…. l’autodiagnosi ci lascia ancora più soli, con la sensazione di essere sbagliati, con la sensazione di non funzionare bene, e senza nessuno che ci prenda per mano e ci accompagni dall’altro lato della strada dove possiamo iniziare a camminare per allontanarci dalla sofferenza e muoverci verso l’accoglimento, lontano dal caos, e verso la serenità e la non solitudine.

Andiamo a cercare quella mano…

Trova chi può aiutarti qui: Community di Terapeuti EFT Italia.


  1. Tooting è un quartiere di Londra, la stessa città in cui è ambientato il romanzo “Tre uomini in barca” di Jerome K. Jerome ↩︎
Iscriviti alla newsletter