Fin da piccoli, siamo stati allevati a pane e indipendenza. 

La sete di indipendenza è qualcosa che volente o nolente fa parte di noi.

A seconda della latitudine, alcuni sono stati svezzati con spaghetti al pomodoro e bisogno di autonomia, altri con una prima portata carbo, o protein, seguita dall’immancabile contorno di emancipazione e libertà.

Tra i dodici e i diciotto mesi, noi cuccioli umani impariamo a liberarci del pannolino, poi a chiedere aiuto per andare in bagno, e infine, ad arrangiarci.

Il fai da te ci piace subito, e parecchio.

L’autonomia è “magica”! Ci fa sentire già grandi anche quando siamo ancora alti come uno sgabello. Già indipendenti, già liberi dalla schiavitù di dover chiedere il permesso, o un aiuto…

Poi cresciamo, in altezza, peso e numero di cellule.

E con noi cresce il nostro bisogno di emanciparci.

Di colpo, non solo vogliamo essere più liberi, ma l’idea di dover dipendere da qualcun altro comincia a starci stretta.

Non a caso, nei paesi del nord Europa, gli adolescenti spiccano il volo presto, lasciando il nido genitoriale addirittura prima di compiere diciotto anni. In altri posti, tra cui l’Italia, ma non solo, ci capita di incontrare adolescenti che hanno superato i trenta (e a volte anche i quaranta!) compleanni, ma ancora abitano con mamma e papà…

Questo bisogno di emancipazione è sia molto antico, direi ancestrale, sia piuttosto recente: sia fisiologico, sia storico.

Dal punto di vista fisiologico, comune a tutti gli organismi viventi, il bisogno di “spiccare il volo” ha a che vedere con il passaggio dall’infanzia verso l’età adulta. Ossia, verso il momento in cui, dal punto di vista biologico, il nostro corpo è pronto a riprodursi e quindi adempiere al suo altrettanto biologico scopo primario. Questo bisogno fisiologico lo sentiamo noi umani, ma lo sperimentano anche gli opossum adolescenti, i cuccioli di tigre, e le giovani poiane.

Dall’altro, quello legato alla storia recente dell’umanità, il bisogno di emancipazione è un fenomeno che si lega ai nostri diritti più sacri: il diritto di essere liberi di e liberi da. 

Liberi di essere ciò che siamo e sentiamo di voler essere.

Liberi di pensare e di esprimere le nostre opinioni.

Liberi dalla catene. 

Liberi dalla schiavitù, dall’oppressione, dalla violenza, dalla guerra, dalla paura.

Liberi da un sistema che non ci riconosce, ci esilia, ci mette al bando.

Nel corso dei secoli, pagando sempre prezzi altissimi, siamo davvero riusciti a spezzare alcune delle catene che oggi reputiamo assurde.

L’abolizione della schiavitù, per esempio, è un processo ancora in corso che ebbe inizio a Venezia nel lontano 960. 

Nel 960, con la promissione ducale del ventiduesimo Doge della Repubblica di Venezia, Pietro IV Candiano, formalmente vieta il commercio di schiavi

Nel 1803, la Danimarca abolì la tratta degli schiavi con un atto promulgato nel 1792.

In UK, il primo gennaio del 1808 entrò in vigore lo Slave Trade Act, effettivo dal 1º gennaio 1808, innescando così l’iter che porterà gli Stati Uniti a vietare la tratta degli schiavi nel 1865, ben 905 anni dopo il primo passo verso l’abolizione della schiavitù.

Il processo è ancora in corso: sia la tratta degli schiavi, sia la schiavitù sono ufficialmente vietati in buona parte del globo. Eppure entrambi continuano a mietere vittime…

Dal punto di vista fisiologico, l’indipendenza serve ai giovani esemplari per spiccare il volo dal nido dei genitori, trovare un partner, costruire un proprio nido.

Da quello storico, possiamo vedere lo stesso bisogno come qualcosa che ci parla di un’emancipazione sociale, culturale e antropologica.

A partire da queste due radici, ecco che forse riusciamo a spiegarci, almeno in parte, perché il mondo faccia tanta fatica a capire i legami sicuri non sono affatto qualcosa da cui “emanciparci”.

Siamo diventati grandi e poi adulti sentendoci ripetere:

Meglio soli…

Chi fa da sè…

Siamo cresciuti pensando di non dover aver bisogno di nessuno.

Addirittura convincendoci di dover essere indipendenti.

Liberi dalle catene della dipendenza da qualcun altro.

Le persone fanno un uso eccessivo e improprio del termine “dipendenza”

“Sono così dipendente. Mi affido a lei per tante cose”.

“È da dipendenti chiedere ciò di cui ho bisogno… dovresti saperlo”.

“Ho bisogno di rassicurazioni sulla nostra relazione, che dipendenza!”.

“Non posso vivere senza di lui, sono dipendente affettivamente”.

“Non attirerai mai un partner se hai bisogno di loro”.

Se siete in qualche modo dipendenti dal vostro partner, probabilmente sarete giudicati come dipendenti in modo disfunzionale. La nostra società direbbe che siete troppo bisognosi o che non vi prendete abbastanza cura di voi stessi.

Dipendenza non voleva essere una parola sporca e abusata. Ma lo è.
L’istinto di cercare di aiutare, raggiungere e connettersi con i propri cari è radicato in noi. È un istinto buono e sano che ha un senso biologico.

Per fortuna… qualcosa, da dentro, si muove, e ci dice che forse c’è dell’altro, perché da qualche parte, nel profondo, il nostro “corpo” sa cose che sfuggono al pensiero comune…

E qui usiamo la parola “corpo” come unicum di soma e psiche, cellule ed emozioni…

Le nostre cellule e le emozioni più profonde sanno che i legami sicuri NON sono “catene”, NON sono “vincoli” e NON sono affatto prigioni.

I legami sicuri, a patto che siano appunto “sicuri”, sono proprio quelli che paradossalmente ci permettono di essere più indipendenti. Più liberi. Più forti. Più creativi, sani, sereni, equilibrati, perfino più performanti.

So che può suonare strano, eppure ormai ne abbiamo le prove, anche a livello scientifico.

La dipendenza sicura integra l’autonomia1
Secondo la teoria dell’attaccamento, non esiste una completa indipendenza dagli altri o una
dipendenza eccessiva (Bretherton & Munholland, 1999). Esiste solo una dipendenza efficace o
inefficace.
La dipendenza sicura favorisce l’autonomia e la fiducia in se stessi. La dipendenza
sicura e l’autonomia sono pertanto due facce della stessa medaglia, piuttosto che dicotomie. La
ricerca ci dice che l’attaccamento sicuro è associato a un senso del sé più coerente, articolato e
positivo (Mikulincer, 1995). Più siamo connessi in modo sicuro, più possiamo essere separati e
diversi. La salute emotiva, in questo modello, si correla al mantenimento di una sensazione
significativa di interconnessione, piuttosto che all’essere autosufficienti e separati dagli altri.

A partire dalla teoria dell’attaccamento, come evidenziato della citazione di questo bellissimo articolo di Sue Johnson, le ricerche hanno già dimostrato che i legami sicuri aiutano l’identità.

La ragione è così semplice che una volta “sentita” suona lapalissiana.

Se sappiamo di avere qualcuno che ci guarda le spalle, abbiamo meno paura di affrontare il mondo. Siamo più liberi di esprimerci. Il nostro organismo produce ormoni che ci fanno sentire meglio: ossitocina, endorfine, serotonina.

Per sentire il significato profondo di quest’ultima riflessione, può essere d’aiuto pensare al suo contrario.

Quando viviamo in una relazione che non è sicura, è tutto più faticoso.

Siamo meno motivati. Dobbiamo guardarci le spalle, alle volte la sensazione è che dobbiamo guardarci le spalle proprio da chi amiamo…

Le nostre prestazioni professionali calano.

L’umore ne risente.

Il corpo si ammala più facilmente.

La sofferenza dell’anima si ripercuote in quella del corpo.

Quando “abbiamo il cuore spezzato”, produciamo meno serotonina.

La riduzione della serotonina, prodotta per il 95% dai batteri del microbiota, aumenta la permeabilità della barriera intestinale; quando la barriera che ci protegge dagli agenti patogeni esterni diventa meno efficace, si abbassano le nostre difese immunitarie, rendendoci meno resistenti agli attacchi.

Ecco, perché, a dispetto di quanto purtroppo ancora si dica, la dipendenza è sana, sanissima, addirittura taumaturgica. Il suo potere è quello di guarire le ferite dell’anima e quelle del corpo.

La dottoressa Sue Johnson, dice:

“Non esiste la dipendenza in senso solo positivo o negativo, esiste solo una dipendenza efficace e una inefficace”.

Se siete dipendenti in modo inefficace, possiamo cercare di raggiungere gli altri, specialmente il partner, in modi che non funzionano.

In altre parole, avremo un problema di comunicazione emotiva, più che di dipendenza.

In generale, si è in presenza di una dipendenza inefficace se i tentativi di raggiungere il partner producono l’effetto opposto: rabbia invece di rassicurazione, ritiro invece di vicinanza, o il partner che lavora più a lungo invece di rendere prioritaria la vostra relazione.

Le coppie mostrano segni di dipendenza inefficace anche quando, ad esempio, uno dei due partner sembra essere molto ansioso o appiccicoso e l’altro sembra non avere alcun bisogno della relazione.

Quando siamo inefficacemente dipendenti l’uno dall’altro, la nostra relazione affettiva sarà insicura e instabile.2 La dipendeza efficace non è un segno di debolezza, ma di coraggio. Ci vuole coraggio per mostrare a qualcuno i nostri sentimenti e bisogni di connessione e amore in modo vulnerabile. Ne parleremo in un futuro articolo…

E se oggi, questo straordinario potere è già un po’ meno “unpopular” di qualche anno fa, un grande merito va a John Bowlby, l’ideatore della teoria dell’attaccamento, il quale, verosimilmente è il primo terapeuta familiare che mise in discussione questa visione patologizzante della dipendenza, insieme alla fondatrice dell’Emotionally Focused Therapy, Sue Johnson!

E voi cosa ne pensate?

  1. Introduzione all’attaccamento – Una guida per i terapeuti sulle Relazioni Primarie e il loro
    rinnovamento. Sue Johnson. Ristampato da Attachment Processes in Couple and Family Therapy, a cura di Susan M. Johnson e Valerie E. Whiffen, Copyright 2003 di The Guilford Press, 72 Spring Street, New York, NY 10012. ↩︎
  2. Tradotto e modificato da questo articolo. ↩︎
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