#inlcusione #diversity

“Il vero viaggio di scoperta non consiste nel trovare nuovi territori, ma nel possedere altri occhi, vedere l’universo attraverso gli occhi di un altro, di centinaia d’altri: di osservare il centinaio di universi che ciascuno di loro osserva, che ciascuno di loro è.”
MARCEL PROUST

Il modello terapeutico che ci ha fatto innamorare è una come una porta che separa due tempi:

  • di qua, il nostro ieri;
  • oltre la porta, in un terreno fertile e rigoglioso, il nostro oggi come terapeuti e specie.

“Ieri” è il retaggio di un approccio che affonda le sue radici nella storia dell’umanità:

per millenni, tutto ciò che non sapevamo spiegarci, veniva visto come il figlio di qualcosa di soprannaturale, di mistico – di divino oppure demoniaco – e in seguito di patologico.

Tutto ciò che l’essere umano non riconosce come normale, familiare e conosciuto diventa fonte di terrore, compresa la diversità, in ogni sua forma e natura, che infatti per secoli e secoli è stata vista come una devianza.

“Diverso” è stato a lungo sinonimo di sbagliato: le diversità fisiche, motorie, mentali, emotive, di pensiero erano fonte di stigma, quando non di persecuzione, come racconta Marina Cuollo – attivista feroce su diversi fronti e territori (non solo in ambito di abilità e affini) – nel suo esilarante “A Disabilandia si tromba”, Sperling & Kupfer.

 “Non ci ammazzano più, ma a volte fa male uguale”. – Marina Cuollo

Diverso = sconosciuto.

Sconosciuto = potenzialmente pericoloso.

Proprio per questo, i disagi della sfera psicoemotiva sono stati a lungo (e purtroppo a volte sono ancora) stigmatizzati: fino a meno di due secoli fa – un soffio rispetto alla nostra storia come esseri umani – con i cosiddetti malati, o meglio con gli “alienati”, non c’era alternativa se non l’internamento.

L’ospedale psichiatrico Materdomini, al confine tra Ncera superiore e Roccapiemonte (Salerno), prima di essere convertito in casa-famiglia dal direttore Pasquale Palumbo, in una immagine di repertorio. (foto Ansa di Luigi Pepe)

La diagnosi non lasciava scampo: gli alienati, letteralmente già lontani dalla “norma”, e alieni alle regole del mondo, dovevano essere allontanati dalla civiltà, attraverso un confinamento forzoso nei cosiddetti asili, molto simili al set di un moderno film horror.

La nascita del metodo scientifico, e la successiva evoluzione della medicina hanno gradualmente cancellato la figura dell’alienista, portandoci nell’arco di qualche decennio a classificare i disagi emotivi e di conseguenza le persone che ne erano affette.

La psicanalisi classica e le teorie che da essa hanno preso piede iniziano ad analizzare la psiche.

La studiano. La schematizzano. Semplificano e codificano.

Definito ciò che ritengono giusto sentire, provare, fare, ogni altra possibile variante viene inquadrata come patologica.

Un anno dopo la morte del fondatore della psicanalisi, (23 settembre 1939), John Bowlby pubblica “The Influence of Early Environment in the Development of the Neurosis and Neurotic Character”: è la prima volta, nella storia dell’umanità che le nevrosi vengono associate a specifici fattori ambientali, in particolare alla separazione dalla madre durante i primi anni di vita.

Con questo articolo, e i successivi studi e le pubblicazioni, Bowlby semina il concetto di attaccamento che nei tre libri seguenti inizia a mettere radici.

“Attaccamento e Perdita. L’attaccamento alla madre”, 1969
“Attaccamento e Perdita. La separazione dalla madre”, 1972
“Attaccamento e Perdita. La perdita della madre”, 1980.

Bowlby semina il nostro presente, lo stesso terreno rigoglioso e fertile “innaffiato” dalla fondatrice dell’Emotionally Focused therapy, che grazie ai suoi studi e alle sue ricerche, ci ha condotto fino alla porta che separa ieri da oggi.


Ieri tanti giudizi, anche se a fin di bene.
Ma oggi, solo apertura: atteggiamenti che costruiscono legami, scelte che riparano cuori infranti, e abbracciano anime che a lungo si erano sentite “sbagliate”, o sopraffatte da “emozioni spaventose e aliene” – Bowlby

Questo nostro presente come terapeuti innamorati dell’Emotionally Focused Therapy è fatto di accettazione incondizionata.
Di apertura.
Di un’apertura che va ben oltre il concetto di “inclusione”.
In senso etimologico e quindi letterale, “includere” significa chiudere dentro, lasciando inevitabilmente fuori il resto.

La chiave per superare la porta e quindi accedere al terreno fertile dell’Emotionally Focused Therapy è l’accoglienza.
Per entrare in contatto con chi chiede il nostro supporto terapeutico, dobbiamo imparare ad accogliere le emozioni, tutte quante.

Dobbiamo imparare a non giudicare, ossia ad accogliere le persone, le loro emozioni e gli stati d’animo. Comprese le persone, le emozioni, gli stati d’animo e i pensieri che non ci suonano affatto familiari, e perfino tutto ciò che ci appare in aperto contrasto con le nostre convinzioni, e/o con il nostro sistema di valori. A connetterci con esse e con le persone prima di poter camminare verso un cambiamento desiderato e sperato.

Vuol dire aprirci a loro, abbracciando ciò che sentono loro e noi stessi, senza chiuderle all’interno di schemi, senza etichettarle, senza giudicarle.

E poi vuol dire anche, oltre all’inclusione, all’accoglienza, al non giudizio, anche avere una mappa del lavoro nel percorso terapeutico, uma mappa del processo per sapere in modo preciso e specifico come lavorare con queste emozioni aliene, e soprattutto come danzarci insieme ed attraverso utilizzando il Tango EFT….

Ma ne parleremo in un nuovo post prossimamente.

Attenzione!
Accogliere le emozioni e validarle tutte, non significa non riconoscere la validità delle eventuali diagnosi. Oppure ignorarle. Né i relativi disagi.
Aprirci e accogliere significa solo liberarci da un retaggio storico fin troppo spesso giudicante, per spalancarci – finalmente – alla persona che abbiamo di fronte, o accanto.

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