Ci sono periodi in cui il tempo sembra accelerato. 

Come se gli orologi di tutto il pianeta si fossero improvvisamente accordati su un diverso standard… 

Le ore sui quadranti sono sempre ventiquattro, ma la percezione è che le giornate siano improvvisamente più veloci. Molto più frenetiche…

Ti svegli e come una gazzella (di Aldo, Giovanni e Giacomo – i tre esilaranti comici italiani) devi iniziare a correre. Dietro di te, non ci sono leoni. 

La tua savana è un’agenda che – proprio come gli orologi – in certi momenti ti sovrasta.

Un appuntamento slitta di pochi minuti, ed ecco che gli altri – a cascata – si accavallano. Un ritardo, un imprevisto… 

Come il famoso battito ali della farfalla, capace di originare tsunami a distanza di miglia e miglia, un evento qualsiasi magari anche banale si infila nelle tue giornate – già frenetiche – e poi monta, come un uovo sbattuto, e cresce, cresce fino a farti pensare a un Blob pronto a inghiottirti.

Gli impegni sono tanti. 

A volte, quasi troppi perché un essere umano non se ne senta sovrastato. 

Quando poi, oltre al tempo accelerato, all’agenda in burrasca e agli incontri che saltano e si accavallano, capita un imprevisto ulteriore, le cose si complicano.

Nel mio caso, il primo l’imprevisto ha preso la forma di un dolore alla spalla. In aereo, con due cambi di volo e una valigia da 24kg da recuperare e reimbarcare.

Un male inaspettato e lancinante che mi ha reso difficile anche le operazioni più semplici. Quelle su cui non ci fermiamo mai a riflettere, perché le diamo per scontate.

Di colpo è diventato tutto difficile.  Tutto fonte di fatica e dolore. Tutto pesante, lento, sofferente.

Corpo e psiche sono parti dello stesso insieme, lo sappiamo.

Quando il corpo soffre, le emozioni che percepiamo appaiano più pesanti che mai, lo sappiamo…

Come sappiamo che stare nel dolore è fonte di consapevolezza…

Impedita nei movimenti dalla sofferenza, mi sentivo io stessa impedita, incapace di alzare un braccio, farmi una doccia, lavarmi da sola i capelli.

Non ero a casa, ma in Brasile, dall’altra parte dell’oceano, in uno dei periodi più intensi del mio anno come trainer EFT. Con piogge che rendevano tutto difficile, facevano saltare la corrente, insegnare senza luce, computer, confort.

Avevo persone da incontrare, la mia community Brasiliana da vedere e abbracciare. Decine di appuntamenti ogni giorno. Formazioni, altri aerei da prendere, taxi, autobus, rampe di scale per raggiungere appartamenti e sempre la valigia da 24 kg. Un braccio al collo inutilizzabile.

E non riuscivo nemmeno a lavarmi i capelli!

Ho dovuto sostituire i normali lavaggi domestici andando ogni volta dal parrucchiere. E so che c’è chi lo considera una piccola “coccola” per sé stessi, ma per me, la “messa in piega” altrui è sempre stata un’esperienza tutto fuorché piacevole. 

Non ho mai amato i saloni, lo shampoo con la testa all’indietro e il collo scomodo… Né i phon troppo caldi, i pettini, le spazzole, i ferri… 

Può sembrare una banalità, ciò che condivido, ma lo faccio per un motivo connesso alla strada che ho scelto di percorrere come terapeuta e come persona: la strada dell’Emotionally Focused Therapy.

Questa magnifica strada, fonte di ricchezza per noi e per chiunque le si avvicini, come ho spesso avuto modo di dire, a volte ci mette di fronte a dei muri. 

Ci costringe a fermarci e ripensare ai nostri programmi, mettendo anche in discussione le nostre certezze e gli itinerari che pensavamo di conoscere. Ci costringe a ripensare a noi stessi, al nostro essere terapeuti, ai nostri interventi. A noi come partner.

Come nel caso della tempesta al largo delle coste del Brasile, quando la barca sui viaggiavo è dovuta tornare in porto… 

Proprio mentre ero rallentata dal dolore alla spalla, impedita nei movimenti, e triste, ho sentito accanto a me il calore della mia community. 

Sono stata sorretta. Ho trovato aiuto e conforto.

Mi sono vista circondata di affetto. Di sostegno. Di comprensione.

Per l’ennesima volta, ho capito quanto l’Emotionally Focused Therapy unisca le persone, creando legami non solo forti e sicuri, ma addirittura TAUMATURGICI!

Siamo animali sociali che trovano il loro nutrimento nella co-dipendenza: non solo da un’altra persona, ma anche nel gruppo, nella community, nei colleghi che corrono in nostro aiuto e non ci abbandonano mai!

A migliaia di chilometri dalla casa, ho sentito la vicinanza con una famiglia il cui legame non è sangue, ma linfa emotiva. E questo mi ha fatto affrontare tutto in modo diverso, la collina di cui parla Sue nel suo libro “La teoria dell’attaccamento in pratica“, quella degli studi sulla percezione visiva che ci dicono che: se ci troviamo di fronte a una collina da soli, il nostro cervello la considera più alta e faticosa da scalare, rispetto alla stessa collina valutata più piccola e semplice se vicino a noi c’è un altro significativo. Ecco, quella collina è diventata molto più piccola grazie a tutti voi di EFT Italia, EFT Sul-Sudeste e EFT Nordeste Brasil.

E poi dopo un momento di respiro…. è morta Sue. Ecco, di questo dolore non riesco ancora a scrivere. Mi fa rimpiangere il dolore alla spalla. Ma ti ringrazio Sue. Dovunque tu sia, cara Sue, sei sempre con me. E presto scriverò di te.

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